Stalking e Maltrattamenti in Famiglia

La normativa: Codice penale

Art. 572 – Maltrattamenti in famiglia o verso i fanciulli

Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, maltratta una persona della famiglia, o un minore degli anni quattordici, o una persona sottoposta alla sua autorita’, o a lui affidata per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte, e’ punito con la reclusione da uno a cinque anni.
Se dal fatto deriva una lesione personale grave, si applica la reclusione da quattro a otto anni; se ne deriva una lesione gravissima, la reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la morte, la reclusione da dodici a venti anni.

Art. 612 – Minaccia

Chiunque minaccia ad altri un ingiusto danno e’ punito, a querela della persona offesa, con la multa fino a lire centomila. Se la minaccia e’ grave, o e’ fatta in uno dei modi indicati nell’articolo 339, la pena e’ della reclusione fino a un anno e si procede d’ufficio. Le pena è aumentate se la violenza o la minaccia e’ commessa con armi, o da persona travisata, o da piu’ persone riunite, o con scritto anonimo, o in modo simbolico (esempio. frase non sai chi sono io?), o valendosi della forza intimidatrice derivante da segrete associazioni, esistenti o supposte.

Se la violenza o la minaccia e’ commessa da piu’ di cinque persone riunite, mediante uso di armi anche soltanto da parte di una di esse, ovvero da piu’ di dieci persone, pur senza uso di armi, la pena e’, nei casi preveduti dalla prima parte dell’articolo 336 e dagli articoli 337 e 338, della reclusione da tre a quindici anni, e, nel caso preveduto dal capoverso dell’articolo 336, della reclusione da due a otto anni.

Le disposizioni di cui al secondo comma si applicano anche, salvo che il fatto costituisca più grave reato, nel caso in cui la violenza o la minaccia sia commessa mediante il lancio o l’utilizzo di corpi contundenti o altri oggetti atti ad offendere, compresi gli artifici pirotecnici, in modo da creare pericolo alle persone.

Art. 612 bis – Atti Persecutori

Salvo che il fatto costituisca più grave reato, e’ punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.
La pena e’ aumentata se il fatto e’ commesso dal coniuge legalmente separato o divorziato o da persona che sia stata legata da relazione affettiva alla persona offesa.
La pena e’ aumentata fino alla metà se il fatto e’ commesso a danno di un minore, di una donna in stato di gravidanza o di una persona con disabilità di cui all’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, ovvero con armi o da persona travisata.
Il delitto e’ punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela e’ di sei mesi. Si procede tuttavia d’ufficio se il fatto e’ commesso nei confronti di un minore o di una persona con disabilità di cui all’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, nonche’ quando il fatto e’ connesso con altro delitto per il quale si deve procedere d’ufficio.

La normativa innanzi richiamata offre un primo approccio dogmatico delle fattispecie in esame.

Con il decreto legge del 23 febbraio 2009 n.11, viene introdotta la fattispecie delittuosa degli atti persecutori nel nostro ordinamento, comunemente chiamato stalking(dall’inglese letteralmente fare la posta). Si è così dato un ulteriore mezzo di tutela a chi è vittima di comportamenti reiterati che provocano danni sulle proprie abitudini di vita o il timore di pericolo per la stessa o delle persone care. In punto di diritto, giova premettere come la Corte di Cassazione abbia ripetutamente affermato che, ai fini della sussistenza del reato di cui all’art. 612 bis c.p., le condotte di minaccia o molestia debbano essere “reiterate”, sì da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura nella vittima ovvero un fondato timore per la propria incolumità o per quella di persone vicine o, infine, costringere la parte lesa a modificare le sue abitudini di vita (v. da ultimo, Cass. Sez. 5^ 22 giugno 2010 n. 34015).

Un problema di carattere giuridico, per l’esatta configurazione del delitto, consiste nella qualificazione della reiterazione, fatto necessario per far rientrare una materiale condotta molesta nella tipicità della norma di cui al dettato dell’art. 612bis. Cp.

Sempre la Corte di Cassazione, con una recente pronuncia, la n.7601/11, ha statuito che: Il termine “reiterare” denota, in sostanza, la ripetizione di una condotta una seconda volta ovvero più volte con insistenza.

Se ne deve evincere, dunque, che anche solo due condotte siano sufficienti a concretare quella reiterazione cui la norma subordina la configurazione della materialità del reato”.
Si è, quindi, di fronte ad un reato abituale, laddove la condotta reiterata ne è un elemento tipico, ed è richiesto un dolo generico, consistente da parte dell’autore nella rappresentazione dell’evento dannoso (perdurante e grave stato d’ansia o di paura ovvero timore per la propria incolumità e quella delle persone care o alterazione delle abitudini di vita della vittima) quale conseguenza della condotta posta in essere.

Ben diverso è la struttura del reato di maltrattamenti in famiglia.
Il concetto di maltrattamenti di cui all’art. 572 c.p. presuppone una condotta abituale, che si estrinseca in più atti lesivi, realizzati in tempi successivi, dell’integrità, della libertà, dell’onore, del decoro del soggetto passivo o più semplicemente in atti di disprezzo, di umiliazione, di asservimento che offendono la dignità della vittima. Il legislatore, con la previsione in esame, ha attribuito particolare disvalore soltanto alla reiterata aggressione all’altrui personalità, assegnando autonomo rilievo penale all’imposizione di un sistema di vita caratterizzato da sofferenze, afflizioni, lesioni dell’integrità fisica o psichica, le quali incidono negativamente sulla personalità della vittima e su valori fondamentali propri della dignità e della condizione umana.

Ne risultano esclusi soltanto gli atti episodici, pur lesivi dei diritti fondamentali della persona, ma non riconducibili nell’ambito della descritta cornice unitaria, perchè traggono origine da situazioni contingenti e particolari che sempre possono verificarsi nei rapporti interpersonali di una convivenza familiare, che conservano eventualmente, se ne ricorrono i presupposti, la propria autonomia come delitti contro la persona (ingiurie, percosse, lesioni), già di per sè sanzionati dall’ordinamento giuridico (in tal senso, va letto il precedente, Sez. 6, n. 37019 del 27/05/2003, dep. 26/09/2003, C, Rv. 226794, nel quale la Corte ha escluso la configurabilità del reato, in presenza di episodi di conflittualità tra padre e figlia, che avevano trovato la loro genesi nella condotta della ragazza, insofferente a qualsiasi richiamo del genitore, il che aveva indotto quest’ultimo, in più occasioni e ciclicamente, ad avere reazioni non sempre ben controllate).

Anche in questo caso trattasi di un reato abituale dove è necessaria la presenza di più episodi di maltrattamento, ma presuppone, a differenza del reato di atti persecutori, un rapporto di convivenza (una persona della famiglia o una persona sottoposta alla sua autorita’, o a lui affidata per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia) e si manifesta e concretizza con un maltrattamento non solo psicologico, ma anche fisico.
I due reati, quindi, non sono incompatibili, laddove il luogo e i modi in cui si realizzano sono diversi.

Chiarificatore, in tal senso, un caso sottoposto all’attenzione del GIP del Tribunale di Napoli sez. IV.

Il caso si riferiva ad una donna sposata da circa dieci anni con S. Il loro rapporto, fin dal fidanzamento, è sempre stato turbato dalla violenza e dalla prepotenza del marito. Dal matrimonio sono nati due bambini.

Nel corso della vita coniugale la donna è stata più volte percossa, a seguito di litigi causati dai più futili motivi e molto spesso dinanzi ai bambini.

Stanca di questi episodi, la donna decide di separarsi dal marito violento e va a vivere a casa dei suoi genitori. Il marito, però non accetta la decisione della moglie di procedere alla separazione legale e inizia a perseguitarla. Infatti, pedina la ex moglie, ne controlla movimenti, si reca dove lei lavora inveendo contro di lei davanti ai colleghi, le telefona ossessivamente chiedendo contezza del contenuto delle telefonate, la minaccia ed ingiuriava di continuo, anche per strada.

La donna, esasperata dal comportamento ossessivo del marito, lo denuncia.
Con ordinanza del 30.06.2009, il Giudice di Napoli ha ravvisato la condotta di maltrattamenti in capo all’uomo fin quando è stato convivente della moglie e quella degli atti persecutori, dal periodo in cui la persona offesa si era allontanata dalla abitazione coniugale per le ragioni innanzi dette.

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Foto: Una cortesia di photostock / FreeDigitalPhotos.net

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